sabato 3 novembre 2007

Appello per Genova

Le giornate di Genova del luglio 2001, anche per noi trentini, sono molto di più della riduzione penale che ne vogliono fare i tribunali. Attraverso le agghiaccianti richieste che hanno concluso le requisitorie dei PM genovesi – 225 anni di carcere per 25 imputati accusati di devastazione e saccheggio – si cerca di riscrivere la storia di un movimento che ha voluto opporsi ai veri saccheggiatori e ai più cinici devastatori del pianeta. Un movimento composto da uomini e donne che da strade diverse – i cattolici e gli antagonisti, i partiti e i sindacati, gli ambientalisti e i migranti – è confluito a Genova dopo aver tessuto i fili di una partecipazione inedita e profonda. Un percorso che ha coinvolto anche la nostra provincia con le ottocento persone che sono partite da qui per raggiungere – in quell'estate di sei anni fa – il cuore di una mobilitazione carica di idee e della voglia di costruire un mondo diverso ma che ha visto trasformarsi strade e piazze nel teatro di un massacro. La moltitudine che ha messo in atto mille forme di resistenza contro le ingiustizie del G8, che ha resistito ai soprusi e alle torture, tutti i testimoni dei pestaggi indiscriminati e le vittime delle violenze di una repressione inaudita, non possono permettere che la storia sia scritta da un tribunale che accusa 25 capri espiatori, archivia l'omicidio di Carlo Giuliani e assolve le responsabilità politiche di una vera e propria mattanza. La storia dell movimento di Genova è molto lontana da ciò che rischia di passare alla storia attraverso le pene esemplari che vogliono punire – in realtà – tutti noi. È lontana dalla voglia di insabbiare, coprire, assolvere, archiviare; lontana da coloro che negano di indagarla fino in fondo. La storia di Genova è la nostra storia, e tocca ancora a noi difenderla.
Per questo è giusto ritornare a Genova, contro un processo politico che colpisce il movimento di ieri ma che mina profondamente la libertà dei movimenti di oggi e di domani. È giusto ritornare a Genova per non lasciare sole quelle 25 persone che in quei giorni erano dalla nostra stessa parte. Ritorniamo a Genova il 17 novembre aderendo alla convocazione di una grande manifestazione che vede aggiungersi all'appello di "Noi, quelli di via Tolemaide" (dove primo firmatario è don Andrea Gallo) lo spessore e l'ampiezza del movimento di sei anni fa.
Ci rivolgiamo ai tanti che da questa Provincia hanno vissuto le giornate di Genova, a chi ha partecipato e costruito il movimento trentino che ha portato al G8 centinaia di uomini e donne. A chi c'era e a chi avrebbe voluto esserci. Vogliamo tornare a Genova con coloro che credono ancora che la storia la dobbiamo scrivere noi.
Primi firmatari dell’appello trentino:Alex Zanotelli, Donatello Baldo, Stefano Bleggi, Mavi Ciccinelli, Fabiano Malesardi, Alan Ravanelli, Lorenza Erlicher, Stefano Cò, Paolo Vitti, Giorgio Viganò, Antonio Rapanà, Ezio Casagranda, Andrea Trentini...
Trento, 3 noembre 2007
PS.: appuntamento per martedi 6 novembre, presso il Centro Sociale Bruno, ore 20,30 per discutere e organizzare la nostra partecipazione alla manifestazione di Genova del prossimo 17 novembre 2007.

venerdì 2 novembre 2007

Bassi salari e contrattazione

Oggi è di moda parlare dei bassi salari. I vari Draghi, Montezemolo, la Cisl e Uil si limitano a dire bisogna rivedere gli assetti contrattuali, per spostare la contrattazione a livello d'azienda, dimenticando che in un sistema di piccole imprese, quale è quello italiano, e' non solo inutile, ma porterebbe alla riduzione dei salari. La Confindustria si spinge oltre accusando il sistema fiscale che è sicuramente vessatorio nei confronti dei salari ma non è l’unico motivo del loro impoverimento dimenticando che le aziende, non hanno investito sulla qualità ma puntato sulla riduzione dei salari.

Con l’accordo del 1993 si è depotenziato il ruolo del contratto nazionale e quindi quella struttura contrattuale, in assenza del meccanismo di contingenza, non e stata in grado di tutelari i salari visto che attualmente i lavoratori non arrivano alla fine del mese. Questo significa che si è spostato il baricentro della distribuzione della ricchezza a scapito dei contratti e del salario.

Le aziende, infatti, non hanno premiato l’aumento di produttività che si è verificato utilizzando il secondo livello di contrattazione che è già attuale ed è previsto dai vari CCNL in quanto gli aumenti di produttività sono andati a benefico solo del management e della proprietà o azionariato che sia.

Quindi, non occorre alcuno stravolgimento degli assetti contrattuali, basta utilizzare bene quelli che ci sono e reintrodurre la contingenza per evitare, come è successo in questi ultimi anni, che i minimi salariali siano al di sotto della soglia di sopravvivenza.

Chi oggi propone revisioni della struttura contrattuale nei fati, porta acqua al mulino di quegli imprenditori Italiani che vogliono avere maestranze "cinesi", senza diritti e a basso costo.

giovedì 1 novembre 2007

Redditi, salari e contingenza

Non vi sembra che sia un paradosso il fatto che,oggi, a sollevare il problema dei bassi salari sono i banchieri e qualche ministri delle finanze e non la sinistra e le Organizzazioni dei lavoratori? Ma non facciamoci illudere dalla chimere di turno. Draghi ha parlato di bassi salari che, secondo lui, sono causati dalla bassa produttività (sic!) e si è ben guardato di parlare di quel grande processo di redistribuzione delle ricchezze prodotte a danno del lavoro dipendente e che ha favorito profitti e rendite. Quindi non illudiamoci, da quel pulito non verrà niente di buono.
Nel mentre i fatturati della grande industria crescono e l’occupazione cala, i prezzi al consumo, alimentari e non, continuano a salire con ritmi sempre alti (+ 2,1% ad ottobre) secondo l’ISTAT e senza contare gli aumenti dei mutui che non vengono conteggiati come consumi ma come investimenti.
La situazione sopra descritta trova è il risultato di almeno due fattori: la politica contrattuali che non è riuscita a tutelare i salari rispetto all’inflazione: il trasferimento della tassazione da diretta (irpef) a indiretta (tariffe) e quindi lo stesso aumento incide in modo inversamente proporzionale rispetto al reddito.
Infatti un aumento delle tariffe su un reddito di mille euro incide il doppio che su un reddito di duemila. E quindi ad ogni aumento dei prezzi il cittadino lavoratore e consumatore si trova più povero di prima.
Un primo intervento riguarda la questione fiscale e quindi si deve andare non solo verso una riduzione del carico fiscale sui redditi da lavoro ma verso una fiscalità diretta che colpendo gli alti redditi, i patrimoni e tutte le rendite e di conseguenza ridurre la fiscalità indiretta che pesa sui beni di prima necessità (alimentari, casa,sanità ecc) sulle tariffe.
Un secondo aspetto riguarda le modalità di distribuzione della ricchezza e la struttura delle retribuzioni, le quali non riescono a tenere il passo non solo con l’aumento dei prezzi, ma neppure con l’inflazione reale che viene rilevata.
Diventa ormai ineludibile, se si vuole tutelare i redditi da lavoro ed i salari, ripristinare un meccanismo di adeguamento automatico dei salari e delle pensioni al costo della vita per difenderne il potere di acquisto restituendo alla contrattazione il suo naturale ruolo di strumento di redistribuzione della ricchezza prodotta e del miglioramento delle condizioni nel lavoro e sul lavoro.
Difesa del reddito, della pensione pubblica dignitosa, la lotta alla precarietà e contro l’esclusione sociale richiedono che si rimetta il mondo del lavoro al centro della politica economica del Paese, cosa che questo Governo stenta a fare anche se previsto all’0interno del suo programma.
Il resto si riduce solo a buoni propositi che, puntualmente, vengono smentiti dai fatti.

Ezio Casagranda - Filcams Cgil del Trentino
Trento, 1 novembre ’07